Guardarsi allo specchio, Con il fiato sospeso

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Tengo ad iniziare questo post, con un sentito grazie per essere accorsi in mio soccorso quando temevo di avervi persi tutti, e invece siamo ancora qui, come Noè e i suoi animali dopo il Diluvio ; solo che in questo caso, si è trattato neanche di pioggia, ma solo di un tuono in lontananza. E va bè, non ho sangue freddo :P.

Ieri sera sono andata a vedere il corto Con il fiato sospeso di cui vi ho già parlato (https://cabinarmadio.wordpress.com/2013/08/22/con-il-fiato-sospeso-il-caso-farmacia-al-festival-di-venezia/). Non capisco perchè un cinema dove fanno la più bella programmazione di Catania, con film impegnati e d’autore, si debba trovare nel quartiere delle passeggiatrici! Piccola digressione. Come preannunciato dalla stessa regista il cortometraggio non è stata un’inchiesta,nè un atto di denuncia;presentandosi nella forma di un’intervista ad una giovane studentessa interpretata da Alba Rohrwacher, racconta le esperienze degli studenti coinvolti nel periodo del disastro. Nonostante il tatto con cui è stato trattato l’argomento, e la naturalezza con cui ha recitato Alba ,tanto da farla sembrare reale, per me il corto, durato una mezz’oretta, è stato forte, fortissimo. Per me è stato come specchiarmi nel racconto della protagonista,complici forse anche qualche inquadratura della Facoltà di Farmacia di Catania ( il film si apre con immagini notturne dell’edificio, sembrava più un film horror, ma è più o meno come vedo io la facoltà :P); la speranza di un futuro, la curiosità, i sacrifici,l’orgoglio dei genitori ma sopratutto la passione e questa misteriosa sconosciuta, la chimica, che ti trasporta nel suo mondo, e davvero, dopo sembra che tu non possa più vivere sempre. Succede questo quando cominci a conoscerla, quando le sue regole si svelano e tu capisci che questo  è quello che vuoi studiare, questo è quello che ti piace fare. La prima volta in un laboratorio poi non si scorda mai,entri timida,eccitata, piena di paura, di non essere all’altezza, con il tuo primo camice,sicuramente meno affascinante di quello dei medici agli occhi dei più,ma che poi diventa la tua seconda pelle; e poi ti ritrovi a vedere un film che ritrae quei piccoli oggetti, la pipetta,la pipetta pasteur, il vetrino da orologio, i contenitori con i solventi, la bilancia analitica,e sono familiari come i piatti che hai in casa. Queste immagini assolutamente realistiche che sono state mostrate ( realistiche tranne che per il fatto che se noi studenti andassimo in giro nei laboratori senza guanti,mascherina e con il camice sbottonato ci butterebbero fuori) erano commentate da un lato dal racconto della studentessa protagonista, e dall’altro dai diari di Emanuele,il giovane ricercatore morte nel 2003 da cui è nato il caso. Da un lato la passione, l’entusiasmo , lo studio e dall’altro i veleni, il peggiore di tutti, un sogno che finisce,e nel caso di Emanuele, una vita che finisce, anche se ancora le indagini non hanno del tutto stabilito le responsabilità. Tutto questo non può lasciare indifferente nessuno, ma soprattutto chi animato dalla stessa passione studia ogni giorno , affronta il freddo e la pioggia per andare a lezione o in laboratorio, supera le difficoltà (tante, davvero tante) che incontriamo quotidianamente. Proprio come il titolo del film , sono stata al cinema tutto il tempo con il fiato sospeso e il magone si è tramutato in lacrime quando un pensiero, il solito quando si parla di questa storia,mi è venuto alla mente: Emanuele era un ragazzo come noi.

 

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